riscaldamento-antica-roma

L’architettura residenziale della Roma repubblicana che andò via via sviluppandosi e perfezionandosi nell’epoca imperiale, si può suddividere, sintetizzando, in due categorie basate sull’ubicazione dell’edificio:

  • Urbana, se all’interno delle mura cittadine;
  • Suburbana, se collocata al di fuori di esse.

La prima categoria comprende le insulae (case popolari) e le domus (palazzi signorili). La seconda comprende le ville, termine usato in maniera molto generica per fare riferimento alle fattorie destinate alla produzione agricola (villa rustica), ma anche alle residenze pensate per il riposo ed il tempo libero (villa d’otium). Queste ultime si diffusero numerosissime sin dal II secolo a.C. e per tutto il periodo imperiale non solo nelle campagne, ma anche nell’ambito stesso delle città o nelle loro immediate vicinanze: edifici prestigiosi, circondati da vasti giardini o da boschetti, che godevano di una privilegiata posizione panoramica (villa urbana).

Gli edifici urbani dell’antica Roma: insulae e domus

Le residenze cittadine più comuni erano le insulae. Nate da una domanda abitativa che in poco tempo crebbe moltissimo e che Roma si vide costretta ad affrontare nel modo più rapido e pratico possibile, questi edifici sono, a tutti gli effetti, paragonabili ai condomini sorti nelle nostre odierne città dagli anni ‘60/’70 in poi: costruzioni su più piani, da tre a cinque, che ospitavano al piano terra botteghe artigiane e di commercianti con le relative abitazioni, ai piani immediatamente superiori, costruiti in mattoni e pietra, gli appartamenti (cenaculum) delle famiglie benestanti e, agli ultimi piani, compreso il sottotetto (costruito in legno), le abitazioni delle famiglie povere.

I cenaculum dei più abbienti erano costituiti da più stanze, non di rado decorate e arredate lussuosamente, ognuna adibita ad una funzione definita: a partire dall’ingresso (atrium o vestibulum, ben differenti da quelli delle domus), l’abitazione si sviluppava con le stanze dedicate al convivio e all’ospitalità, rivolte verso la strada principale e dotate di molte finestre e, talvolta, di terrazze, per poi proseguire con gli ambienti più privati, ossia le stanze da letto. Molto diversa era la conformazione dei cenaculum della plebe, solitamente costituiti da un unico locale dai soffitti bassi e dotati di poche aperture verso l’esterno. Dovendo rispondere a una massiccia esigenza abitativa, le insulae si diffusero numerose e fitte, poco distanziate le une dalle altre: la maggior parte di esse, essendo abitazioni ospitanti soltanto famiglie povere, non avevano quelli che potremmo definire, seppur impropriamente, “piani nobili” come poc’anzi descritti, venivano costruite con materiali economici, attorno a una piccola corte interna ospitante un pozzo e una latrina comuni, erano sovraffollate e spesso soggette a crolli e incendi.

Di natura del tutto diversa, per non dire opposta, erano le domus: palazzi monofamiliari d’abitazione, sviluppati in orizzontale su un unico piano e destinati alle ricche famiglie. Come per le ville urbane anch’esse non avevano tipologie architettoniche uniformi, tuttavia peculiarità comuni a tutte le domus erano due: quella di non avere aperture verso la strada su cui affacciavano, per essere totalmente aperte verso l’interno; e quella di avere una successione di locali e ambienti rigorosa a prescindere dalla morfologia di pianta. Vi erano quindi due ingressi, uno principale (ostium) che si apriva sulla strada, solitamente adorno di colonne e architrave lavorati costruite con marmi di pregio, e uno secondario (posticum). Dall’ostum si accedeva al vestibulum, un breve e stretto corridoio che portava alla fauces, l’entrata vera e propria della casa, decorata con mosaici a terra e affreschi a soffitto, che portava nell’atrium. Erano esposte le immagini degli antenati; le statue dei Lari, dei Mani e dei Penati protettori della casa, della famiglia e di altre divinità; le opere d’arte, gli oggetti di lusso e qualunque altro oggetto potesse simboleggiare la ricchezza e/o nobiltà della famiglia. In asse con l’ingresso, dalla parte opposta dell’atrium, si apriva il tablium, stanza riccamente decorata con una grande finestra che dava sul peristylium, un curatissimo giardino, non di rado ospitante una piscina dalla tipica forma stretta e lunga, circondato da un portico colonnato ornato da statue, marmi e fontane, sul quale si affacciavano le stanze della vita privata della famiglia (cubicula). La cucina, generalmente un ambiente di piccole dimensioni, poteva aprirsi sul peristylium o sull’atrium; accanto ad essa si trovava il balneum, ad uso esclusivo padronale, ossia l’ambiente termale così come descritto per le ville urbane. Vi era poi il triclinum, la lussuosa sala da pranzo e da ricevimento (che in epoca imperiale più tarda venne dedicata solo al pranzo per far posto all’exedra, dedicata ai soli ricevimenti), decorata con affreschi alle pareti e mosaici ai pavimenti. Completavano la domus altri cubicula e gli ambienti della servitù (cellae servorum).

 

Le ville romane rustica e urbana per l’agricoltura e il tempo libero

Nella villa rustica vi erano due corti, ognuna ospitante una vasca: quella interna serviva per l’abbeveramento degli animali, l’altra per specifiche operazioni agricole. Attorno alla prima delle due corti sorgeva la parte della fattoria dove abitavano i servi. Il fulcro dell’abitazione era la grande cucina (culina), luogo di riunione e di lavoro: adiacenti ad essa, in modo da poter usufruire del calore emanato, erano disposte le stanze da bagno, le stanze da letto (cellae familiares), la cantina e gli stalli per il bestiame. Più lontani dalla cucina si trovavano invece granai, seccatoi e magazzini per il raccolto. Spesso i magazzini, costruiti in legno e non di rado soggetti a incendio, erano edifici a sé stanti, affacciati sull’aia così come le rimesse per le attrezzature agricole.

La villa urbana sorgeva in luoghi dai quali fosse godibile una vista sulla campagna, sulla città o sul mare. Non avendo nessuno scopo produttivo, questo tipo di villa veniva costruita per soli scopi ricreativi ostentando, in decorazioni ed arredi, la ricchezza del proprietario. La morfologia architettonica non seguiva canoni definiti, tuttavia gli ambienti immancabili in tutte le ville urbane erano i triclini, sale da pranzo e di ricevimento con grandi finestre affacciate sul paesaggio circostante; i cubicula, ambienti destinati al riposo notturno, ma anche allo studio e al riposo diurno (in questo caso conformati e arredati come piccoli salotti); il bagno, inteso non tanto come ambiente per l’igiene personale, ma costruito come le grandi thermae pubbliche delle quali replicava gli ambienti principali: apodyterium (spogliatoio), caldarium (stanza con la vasca per il bagno caldo), tepidarium (stanza intermedia d’attesa o riposo), frigidarium (stanza con la vasca per il bagno freddo); non mancavano poi piscine all’aperto e porticati per passeggiate all’esterno.

 

I bracieri romani: dalla cottura dei cibi al riscaldamento

Il riscaldamento nelle abitazioni fin qui descritte era affidato a uno o più bracieri. Il braciere ha origini antiche: i primi bracieri erano comparabili a delle pentole di argilla poste con dei rialzi direttamente sopra la fiamma della legna e venivano utilizzati per cuocere il cibo; fu in un secondo momento che ci si rese conto che le braci di legna combusta continuavano a emanare calore per molto tempo, un calore meno intenso ma molto più uniforme e, per l’appunto, durevole rispetto alla fiamma viva. Da qui la nascita del braciere vero e proprio, in metallo, di cui gli antichi si servivano sia per la cottura che per il riscaldamento degli ambienti.

 Nei primi tempi della Roma imperiale il focolare si usava soltanto nelle ville ed esclusivamente per la cottura dei cibi in quanto soltanto in quel tipo di abitazione era possibile evacuare il fumo di combustione mediante fori sul tetto. Ben presto, tuttavia, molte delle ville e delle domus si dotarono di cucine in muratura costituite da un forno nel quale si bruciava la legna per ricavarne le braci che venivano poi stese sul piano atto alla cottura.

I bracieri romani avevano forma circolare o rettangolare, venivano appoggiati direttamente al pavimento o sostenuti da tripodi (sostegni a tre piedi), ve n’erano di tipo fisso e di tipo portatile, con maniglie o montati su ruote. I materiali di costruzione erano per lo più metalli: bronzo, piombo, rame, argento, elettro (lega di oro e argento) e oro; sovente, i più pregiati erano decorati con corone ornate e con figure lungo i piedi di sostegno. Era del tutto mancante un sistema di evacuazione dei fumi, e il motivo è facilmente intuibile: il braciere, specie nella sua versione portatile, non si prestava certo a essere collegato a un camino o ad altri sistemi per espellere i prodotti di combustione. Inoltre, se anche questo fosse stato fattibile nelle ville e nelle domus, di certo non lo era nelle insulae.

Va altresì detto che i maggiori pericoli che i bracieri rappresentavano erano quelli di ustione accidentale e di incendio, più che di intossicazione dovuta alle esalazioni. Le cronache del tempo, in particolar modo riguardanti le insulae, parlano di frequenti casi di crollo e incendio degli edifici. Anche in questo caso si può dedurre il motivo per cui il pericolo di intossicazione da monossido non fosse una priorità: le domus e le ville erano dotate di molte aperture di dimensioni anche notevoli prospicenti l’atrium o il peristylium, molte delle quali prive di serramento; le porte che chiudevano le stanze spesso avevano la parte superiore, quella che oggi chiamiamo “sopraluce”, in legno lavorato a traforo, che garantiva una costante ventilazione. Nelle insulae, invece, le finestre erano piccole e prive di serramento, e il poco isolamento era dato da pelli o stoffe usate come tendaggi e da qualche porta in legno per le aperture più grandi sulle terrazze dei cenaculum più lussuosi.

 

Il sistema Hypocaustum: “riscaldamento indiretto” per vasche e ambienti

A partire dal I secolo a.C. i romani iniziarono ad utilizzare, dapprima nelle thermae pubbliche e nei balneum privati delle domus e successivamente per tutte le stanze delle residenze dei più abbienti, il sistema hypocaustum (ipocausto) per il riscaldamento delle vasche e degli ambienti. Prima dell’adozione di tale sistema, durante l’epoca repubblicana, anche gli ampi spazi termali erano riscaldati da grandi bracieri che però non erano in grado di offrire una temperatura costante e, per via delle loro notevoli dimensioni e della loro quantità, saturavano quei particolari locali con i fumi di combustione.

Con l’epoca imperiale le terme cittadine cambiarono completamente: l’architettura divenne di tipo monumentale, i locali erano decorati e arredati riccamente, illuminati da grandi vetrate e attorniati da spazi e ambienti adibiti allo sport, alla cultura, ad attività sociali e ricreative. L’uso delle terme è uno degli aspetti più caratteristici della civiltà romana, il diffondersi dei bagni pubblici portò alla scomparsa dei limitati ambienti addossati alla cucina dotati di tinozza e catini: a partire da quel periodo divenne per la maggior parte della popolazione un’abitudine quotidiana, un modo di vivere il tempo libero, accessibile a chiunque. A seconda delle abitudini, delle condizioni fisiche e del ceto sociale, il balneum era una norma igienica, una necessità salutare o un lussuoso piacere.

Il sistema a ipocausto, già noto ai greci, era una forma di “riscaldamento indiretto” (il termine latino hypocaustum deriva dal greco hypokauston ossia “riscaldare dal basso”) che consisteva nel convogliamento dell’aria calda generata da un forno alimentato a legna (praefurnium), accessibile da corridoi di servizio o dall’esterno, in intercapedini ricavate nel pavimento o nelle pareti. I praefurnium venivano costantemente alimentati e regolati dagli schiavi. Il combustibile più utilizzato era la legna, ma si utilizzavano anche carbone vegetale o fascine. La bocca di questi forni era dotata di una porta metallica o di lastre in pietra refrattaria per la regolazione dell’aria in entrata nel focolare, i fumi di combustione attraversavano un cunicolo che li portava ad attraversare l’ipocausto adiacente nel quale cedevano il calore al pavimento sovrastante.

Sono di Vitruvio le disposizioni per la costruzione degli ipocausti termali romani e comprendono tre strati:

  1. Il sottopavimento di tegole sequipedali legate da malta doveva essere inclinato verso la sorgente del calore per permettere lo scolo dell’acqua di condensazione e favorire il tiraggio e la diffusione del calore verso l’alto.
  1. I pilastrini di sostegno del pavimento (pilae) erano costruiti con mattoni bessali (cm 20×20) sovrapposti, oppure con appositi elementi interi in pietra, e dovevano raggiungere un’altezza di due piedi (circa 60 cm). La malta legante i mattoni doveva essere refrattaria e doveva essere costituita da una miscela di argilla e crine. Al di sopra delle pilae si posava il pavimento vero e proprio del locale (suspensurae) costituito da un primo strato di mattoni grandi e spessi sui quali veniva steso uno secondo strato di malta cementizia e cocciopesto.
  1. Il terzo e ultimo strato era il rivestimento di finitura costituito da lastre di marmo o mosaico.

Si otteneva così un “solaio” di 30/40 cm di spessore in cui il calore si diffondeva uniformemente e che garantiva il mantenimento della temperatura per un buon periodo di tempo anche a forno spento. Inoltre, con questo sistema, i prodotti della combustione erano tenuti totalmente separati dai locali asserviti. Il sistema a ipocausto, utilizzato per il riscaldamento degli ambienti e delle vasche per il bagno caldo nelle thermae e nei balneum, trovò il suo massimo perfezionamento presso i romani mediante l’introduzione delle intercapedini a parete realizzate mediante i tubuli, elementi in terracotta a sezione rettangolare che venivano sovrapposti l’uno sull’altro lungo file accostate per tutta l’altezza delle stanze, portando il passaggio dei fumi anche all’interno delle pareti perimetrali, per un riscaldamento ancora più uniforme e confortevole. Inoltre, all’interrompersi di tali elementi sul basamento delle volte di copertura, i fumi di combustione venivano raccolti da ascendenti che li convogliavano all’esterno.

Come già accennato non furono i romani a inventare il riscaldamento indiretto mediante il sistema a ipocausto, vi sono infatti testimonianze di esso non solo nella succitata Grecia, ma anche in alcune zone dell’Oriente. Tuttavia vanno riconosciuti alla Roma imperiale la sua evoluzione e il suo perfezionamento che anticipò, se vogliamo, il concetto di riscaldamento radiante delle nostre abitazioni odierne.

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